08/12/2009
Capitolo 5 - Imbrogliona
Seconda parte, Jacob
"Sam?" chiesi istintivamente, anche se da qualche tempo era il nome che volevo evitare di sentire e pronunciare più di tutti.
"Ehi, Jake! E la tua ragazza vampiro?" rispose lui.
"Cosa scusa? Chi!?" ero più che perplesso.
"Isabella, cioè Bella Swan, la ragazza vampiro!" disse quasi divertito, come se fosse ovvio.
"Bella?" restai lì come un cretino, il suo ex ragazzo - quel Cullen con la Volvo come uno specchio - lui si che sembrava un cadavere per quanto era pallido, ma Bella era... Bella, un fiore.
"Perchè ragazza vampiro?" continuai.
"I Cullen non la proteggono più ora... Jake... i lupi sono in allerta... è una storia delicata, non è ancora tempo..." sembrava incerto, era lì in piedi, come un ebete balbettante; ho sempre pensato che fosse un pò lento.
"Sam, Bella stava con quell'Edward, tu sembri preoccupato, il mio vecchio credevo fosse impazzito, mi ha pagato per andare al ballo di fine anno della Forks High e dire a lei di piantarlo seduta stante, e ora lui se n'è andato, e tutti sembrate uguali a prima, non ci capisco più un..." ma non finii mai la frase.
Sam iniziò a tremare come una foglia, disse "Billy ne è certo... quella viscida sanguisuga e tutta la razza sua..." fece un respiro profondissimo. "Non credevo che... Billy ha paura per lei... é solo innamorata, ma dell'essere squallido sbagliato... oh Jake, sbrigati, devi proteggere la ragazza vampiro" un altro respiro lungo e profondo... "la ragazza vampiro deve diventare la ragazza lupo..." e Sam cadde a terra tremante più che mai. an>
Poi uno schiocco, come un debole sparo, e un rantolo raccapricciante e Sam non c'era più.
Un grosso lupo, dal lungo pelo lucente e nero come il carbone apparve proprio nel punto in cui Sam si era accasciato.
Rimasi lì a fissarlo, avrei dovuto essere terrorizzo e invece ero solo... come ipnotizzato, sbalordito. Sam era diventato un lupo gigante, quasi due volte me, come un cavallo più o meno.
Non poteva parlare, ma i suoi occhi lucidi e neri, come il pelo, mi fecero cenno di seguirlo nella foresta.
Mi accorsi che era iniziato a piovere dalle gocce che scivolavano sul grosso nasone nero e bagnato del lupo gigante, che si era avvicinato e ora mi dava colpetti sul braccio destro per dirmi di seguirlo.
Ma in quel momento iniziai a sentire una rabbia improvvisa crescermi dentro. Era la stessa storia da qualche settimana ormai. Era iniziato tutto con la partenza del dottore copertina e di tutta la sua pallida famiglia. Quella sera io non avevo partecipato ai festeggiamenti per la loro partenza, quella sera la mia Bella era stata ritrovata mezza svenuta in mezzo al bosco, bagnata fradicia e sporca di fango, mentre continuava a ripetere "non c'è più", quella sera il mio odio per Cullen era diventato insostenibile, e da quella sera Sam aveva iniziato a girarmi intorno, come aveva fatto con Paul e Jared, e loro poi si erano alleati alla sua apparente lotta; non avevo ancora ben capito contro cosa o chi erano convinti di doversi guardare, ma avevano i nervi a fior di pelle e così anche quelli del consiglio, che avevano preso a eseguire tutto ciò che Sam diceva; e, mentre ragionavo su queste cose, mi imbufalii sul serio e iniziai ad urlare.
"Lascia questo dannato braccio, peluche fuori misura! non so che cosa ne hai fatto di Sam, ma, per quanto mi riguarda, io giro i tacchi e me ne vado; piove e fa fred..." ma in quel momento mi accorsi che il freddo non riuscivo a percepirlo, anzi la felpa mi stava soffocando.
Il lupo-forse-Sam mi tirò ancora un paio di colpetti sul gomito e a quel punto sbottai.
"NO! SAM! Non sono obbligato a fare quel che vuoi tu! Non sei il capo branco!" e restai a bocca aperta, le mie parole non avevano senso.
Poi un tuono fortissimo rimbombò tutto intorno e mi ripresi...
... il tuono proseguiva furioso e io mi ritrovai seduto sul letto a una piazza, nella mia stanzetta, non sotto la pioggia scrosciante o in mezzo al verde del muschio che ricopriva ogni centimetro della penisola Olimpica.
Ma nelle orecchie e in tutto il cervello rimbombava uno strano suono... un ululato che andava spegnendosi.
Non ci facevo più nulla a letto ormai, il temporale era talmente forte che sarebbe stato inutile tentare anche solo di tenere la testa sul cuscino. Merda, pensai, proprio oggi che avevo deciso di dormire fino a mezzogiorno... maledetto Sam, maledetto temporale, maledetto tutto!
Mi alzai di cattivissimo umore, mi vestii che ero anche più arrabbiato e andai in cucina che ero furioso. Mio padre era già lì, immerso in una gigantesca tazza di cereali e latte, e quando mi vide mi guardò con la testa piegata di lato.
"Sai che esistono ottime cure contro l'insonnia, Jake? Anche vecchi intrugli quieluttiani potrebbero aiutarti a non ciarlare nel sonno come fa il vecchio Stone alla pescheria sulla strada" disse divertito come non mai.
Se c'era mai stata una volta in cui avevo guardato tanto male mio padre non riuscivo a ricordarla.
;Afferrai furiosamente una tazza e la sbatacchiai sul tavolino, poi vi versi il latte dentro, con un pò troppo impeto, perchè metà andò alle ortiche sul tavolo. Brontolavo come una vecchia teiera e mio padre mi guardava aggirarmi per la stanza come una tigre in gabbia, sogghignando tra se ogni tanto.
"Che c'è?! " sbottai.
"Oh niente figliolo, niente. Mi stavo chiedendo... se hai un debole per... Sam..." e soffocò una risatina, si stava divertendo come un ragazzino.
"Parli a vanvera, vecchio." dissi gelido, e poi mi pentii, non era certo colpa sua se Sam perseguitava i miei sogni da qualche giorno.
"Siediti Jake." disse con calma Billy, mentre ripulivo il latte dal tavolo. "Perchè ce l'hai con Sam, figliolo?"
Non sapevo se dirgli la verità o no, mi avrebbe creduto o avrebbe pensato che ero un paranoico con manie di protagonismo?
Presi coraggio e parlai. "Da quando quei Cullen se ne sono andati, Sam mi gira sempre intorno... mi guarda strano... non so, ma mi da fastidio in un certo senso... sembra che si aspetti qualcosa, una rivelazione improvvisa"
Billy mi guardò prima perplesso, poi - ma forse era solo perchè mi ero appena alzato dal letto - mi sembrò che un'improvvisa consapevolezza si creasse in lui. Aveva lo stesso sguardo di Sam... mi sentii sotto accusa, come se da un momento all'altro avrei fatto qualcosa di straordinario - o terribile - e ancora non ne ero consapevole.
Ma Billy si riprese subito e mi guardò tranquillo. Probabilmente vide la mia faccia insoddisfatta per la sua reazione e si affrettò ad aggiungere: "Che vuol dire che gira intorno?" chiese senza il minimo interesse nella voce, come se sapesse già la risposta.
"Sembra che aspetti il momento in cui andrò da lui e gli dirò ehi, avevo pensato di unirmi alla tua banda di stupidi eroi... Bè, se è qualcosa delgenere che si aspetta, mi sa che aspetterà per mooolto tempo, perchè non ho la minima intenzione di andare in giro insieme ad un branco di ragazzini poco più che sedicenni che si fanno guidare da uno scimmione coi capelli rasati..." Billy mi guardò malissimo, sembrava offeso.
Poi disse una cosa senza alcun senso, almeno per me.
"Ascolta figliolo, non devi avercela con Sam... forse un giorno ti piacerà..." e aggiunse ancora più criptico, notando il mio cipiglio alterato. "Stai tranquillo e non preoccuparti, Jacob. Tra qualche anno, se non... bè, te lo spiegherò poi" e se ne andò sulla sua sedia cigolante, lasciandomi lì come uno scemo.
Continuai la mia colazione, rimuginando e borbottando senza sosta, quando Billy tornò a prendere il giornale che stava spiegazzato sul piccolo tavolo della cucina. Si mise in un punto buono della stanza, dove la luce della sola lampadina che ciondolava dal soffitto riusciva ad illuminare tutta quella parte in modo molto chiaro. Prese a leggere concentrato e dopo poche righe già avevo capito che non era in accordo con il cronista, perchè iniziò a sbuffare e schioccare la lingua come se lui sapesse come stavano davvero le cose. Incuriosito, mi alzai e andai verso mio padre per leggere ciò che lo disturbava tanto.
Sulla prima pagina del giornale locale, un titolone con tanto di articolo subito a seguito diceva: ENORME ORSO SI AGGIRA PER LE NOSTRE FORESTE, MA GLI ANZIANI STORGONO LA BOCCA: "E' DAVVERO UN ORSO?" SI CHIEDONO.
E continuava dicendo: la notizia di un enorme orso affamato, a piede libero nella foresta della riserva, non ha minimamente alterato il quieto animo dei nostri anziani che sostengono: "E' la natura, e gli animali ne fanno parte, anche quelli grossi e spaventosi; se non andremo a cercare l'orso, l'orso non verrà a cercare noi. E poi è davvero un orso?..." Quindi se non si preoccupano i nostri anziani, perchè mai la comunità di La Push, dovrebbe...
Billy sbatacchiò il giornale sul tavolo, con un tale colpo che le tazze di latte andarono tutte a gambe all'aria.
"Orso! Puah!..." brontolò mio padre, tornando ad affannarsi nella sua tazza di cereali recuperata.
Tornai a sedermi al mio posto e addentai una merendina allo yogurt; probabilmente presi a fissare mio padre senza accorgermene, perchè ben presto non mancò di farmelo notare con il suo solito tatto.
"Figliolo, sei strano per davvero. Non solo parli nel sonno da un pò di giorni, dicendo cose senza senso tra l'altro, ma ora prendi anche a fissare la gente con aria da scemo" e ridacchiò spudoratamente.
"Eh!? Cosa? O si, nel sonno..." forse mi ero rincretinito sul serio, non avevo ancora abbandonato quella che sapevo essere un'espressione da ebete in piena regola, così la mia voce venne fuori strascicata e assonata. "Scusa pà, non dormo bene da qualche giorno..."
"Si si si, Sam, lup... voglio dire orsi, ragazze, o ragazza per essere precisi, pezzi per l'auto... che vita faticosa che ha il mio povero bambino" mi interruppe sghignazzando in modo vergognoso.
Lo guardai in cagnesco, e lui smise tra un finto colpo di tosse.
"Comunque, non preoccuparti per Sam, non è cattivo, forse si aspetta che facciate amicizia, forse si sente protettivo verso i più giovani di La Push, ha paura che..."
"Forse ha paura che l'orso mi mangi!" dissi ridendo e me ne andai dalla cucina, ma non prima di aver notato che stavolta non c'era ombra di sorriso nel mio vecchio.
Lasciai mio padre in cucina e andai a vestirmi. Dato che non c'era scuola, avevo appuntamento con alcuni amici a metà mattinata, e, poichè mi ero svegliato all'alba, avevo tutto il tempo di fare con comodo.
Guardai fuori, e già pioveva. non mi era mai piaciuta molto la pioggia, non perchè fosse fastidiosa, e non mi dava noia neanche il fatto di tornare a csa zuppo quasi ogni giorno, il fatto è che - imbarazzante ma vero - mi faceva puzzare di cane bagnato.Aurgh!
Era gennaio, e per tutti doveva essere un freddo cane, ma non per me. Avevo sempre caldo ultimamente, quindi optai per un paio di jeans scoloriti e una maglia di cotone a maniche lunghe... ma cinque minuti dopo scoppiavo già di caldo. Che palle gli ormoni!
Dopo essermi vestito, mi lavai i denti e cercai di dare un qualche verso a miei capelli. Sembrava che in testa avessi un enorme pagliaio marrore. Lasciai perdere...
Pur avendo cercato tutti i modi per perdere tempo, mancava ancora un'ora prima che Quil e Embry arrivassero al negozio sulla via per la spiaggia. Decisi di uscire lo stesso, era inutile star lì a fissare il muro.
"Esci, Jake?" chiese mio padre.
"Si, mi trovo con Quil e Embry al negozio della signora Call"
"Non fatele saltare i nervi, povera donna" disse Billy sghignazzando.
Quando eravamo più piccoli, le mettevamo sotto sopra il magazzino, ma non eravamo mai stati beccati sul fatto, quindi l povera signora Call non potè mai sfogarsi sul serio. Ma Billy la sapeva più lunga.
"Certo, certo" bofonchiai. "Ciao, pà."
La pioggia era fine e fitta. Vedevo tutti imbacuccati e coperti a strati come cipolle, mentre io mi sarei diretto al negozio volentieri in mutande.
Mentre me la prendevo con i miei sedici anni, e tentavo di scacciar via un brutto presentimento, alzai di scatto la testa - come quando ti chiama qualcuno da lontano e non sei sicuro che ce l'abbia proprio con te - e restai impietrito.
C'erano tutti. Sam, Paul e Jared, con tanto di metà consiglio degli anzia ni al seguito. Parlavano fitti fitti e tutti vicini, come se nessuno avesse dovuto sentire ciò che si dicevano.
Poi lo vidi... mio padre. C'era anche lui - Harry doveva essere passato a prenderlo poco dopo che ero uscito. Alzò la testa come se lo avessi chiamato urlando, tanto di scatto che temetti gli si staccasse dal collo.
Poi tre cose mi colpirono come una mazzata: primo, quando mi videro smisero di parlare - come se fino a due secondi prima l'argomento della discussione fossi proprio io; secondo, notai lo sguardo colpevole di mio padre - un misto di rammarico, preoccupazione, tristezza, orrore e un pizzico di perplessità; terzo, gli occhi di Sam non si staccavano dal mio viso. Sembrava quasi che stesse tentando di scoprire qualcosa che evidentemente mi sfuggiva e che, probabilmente se l'avessi saputo, mi avrebbe terrorizzato. Proprio come ogni volta lo sguardo di quel ragazzo faceva. Sam... un ragazzo troppo cresciuto per divertirsi con Paul e Jared e troppo bambino per tener testa a quelli del consiglio. Eppure sembrava che se la intendessero alla grande.
Ma io non ne volevo sapere.
Mio padre mi fece segno di avvicinarmi, ma in quel momento - per fortuna - spuntò Quil.
"Ehi, Jake!" mi salutò con espressione contenta, in fondo erano più di due settimane che non stavo in compagnia dei miei migliori amici, per via dei compiti o dei lavoretti che dovevo finire sulla mia Golf.
Mi sentii subito meglio al pensiero di avere una scusa valida per non avvicinarmi allo strano gruppetto, quindi attaccai subito discorso con Quil, voltando le spalle a mio padre.
"Ehi, come va? Embry viene puntuale? senti un pò, da è qualche tempo che non passiamo una serata nel 'covo' - così chiamavamo il mio garage improvvisato - la Golf è a buon punto, perchè stasera non fate un salto, tu e Embry?" chiesi disinvolto... forse troppo disinvolto.
"Oooh!? che c'è? sei bianco quasi quanto il dottor copertina!" e rise sfacciato.
Già... il dottor copertina... se ne erano andati da quasi cinque mesi, e da allora non facevo che pensare a lei. Doveva sentirsi un schifo totale, ma non mi aveva mai chiamato, neanche una volta. Era dal ballo che non la vedevo, e mi mancava in un modo terribile.
Quella sera l'avrei chiamata.
"Ehiii!" insistette per avere la mia attenzione.
Gli feci cenno con la testa di guardare dietro la mia spalla, e i suoi occhi per poco non caddero a terra.
"Che ci fa il tuo vecchio con quei tre?" si riferiva a Sam, Jared e Paul.
"Quil, davvero, non ne ho idea" sbiascicai svogliato.
Mi voltai ancora ed erano ancora tutti lì a fissarmi. Non lo sopportavo. Se continuavano così, avrei buttato alle ortiche il rispetto e mi sarei incazzato sul serio. Nessuno aveva il diritto di terrorizzarmi, senza un cavolo di spiegazione per giunta.
"Dai amico, non preoccuparti che quei deficienti di Sam e company" mi rassicurò. "Andiamo, Embry ci aspetta"
"Perchè non viene al negozio?"
"No, ci aspetta a casa, sua madre si è impuntata che tra poco pioverà ancora più forte, quindi ha insistito che andessimo tutti là" disse con finta tristezza per le opposizioni in cui certe volte si fissava la mamma di Embry.
La giornata passò in un lampo, e, dopo pranzo, restammo per un pò senza far niente dietro casa di Embry. Lui era strano, era assente, e più preoccupato di me per via di Sam.
Ci disse che aveva iniziato a guardare strano anche lui, che gli aveva fatto delle domande sulla sua discendenza - come se non la conoscesse perfettamente, del resto ognuno alla riserva conosceva la discendenza di tutti gli altri. Ma vedevo che non era tranquillo, anzi era ancor più agitato di me per questa storia assurda, e non sapeva con chi parlarne se non con noi, dato che sua madre non ne poteva di certo sapere il motivo e suo padre era ignoto. Cavolo, pensai, potrebbe essere mio fratello. Scossi la testa per non pensarci, Billy non avrebbe mai fatto una cosa del alla mamma. L'amava troppo, proprio come io amavo troppo... Ahh, ero davvero scemo.
Continuammo a discutere per un pò di questa cosa e, alla fine, arrivammo alla conclusione che Sam era gay, si era innamorato di Embry e me ma ancora non aveva deciso ed Emily - la sua attuale e ufficiale fidanzata - era soltanto un ripiego per salvare il faccione da scemo davanti al consiglio.
Tra risate e prese in giro su quel compagno sfigato e apprezzamenti ben poco velati sulla doti più belle di certe ragazze di scuola, si fecero le quattro passate. Il cielo si oscurava e mi ricordai che avevo del lavora da fare sulla Golf.
"Ehi, ragazzi, devo andare al covo. Venite e trovarmi più tardi?" e assunsi un'aria di finta tristezza da eremita. "Sono sempre solo e triste laggiù, in quel garage di fredda lamiera..." non potei finire la frase che già ci rotolavamo dal ridere tutti e tre.
"Si, Mr Melodrammafico, verremo... Ohi!" si lagnò Quil, dopo un cazzotto di Embry.
"Si dice MELODRAMMATICO, con la t non con la f, capra ignorante" lo rimbeccò. Embry era quello più secchione dei tre. "Certo Jake. Di certo non abbiamo pelle chiara, occhi cioccolato e capelli rossastri, ma se ti accontenti verremo volentieri" sghignazzò.
Quil rise sonoramente, mentre io invitavo Embry ad andare a quel paese.
Me ne andai che ridevano ancora. Per tutto il tragitto verso casa non feci che pensare a Bella. L'avrei chiamata, solo per sentire la sua voce, non mi aspettavo di cero che saltasse sul pick-up e vinisse a trovarmi. Che le avrei detto al telefono? Avrebbe parlato volentieri con un vecchio amico dopo tanto tempo e tanti fatti? Ma seriamente, non ne avevo idea.... che le avrei detto per cominciare? La mia invettiva al momento sembrava essersi presa la ferie. Il mio pensiero fisso, da quando il dottore copertina e la sua pallida famiglia se ne erano andati, era stato quello di rivederla, abbracciarla e sapere che stava bene.
Ma non stava bene, aveva senza alcun dubbio vissuto questi cinque mesi crogiolandosi nel dolore, senza parlare, ne con me, ne con le amiche... ne con Charlie. Pover'uomo, non sapeva più che fare. Da quanto dice Billy, Charlie è disperato, vorrebbe mandarla da Reneè, ma Bella non vuole andarci. Chissà perchè, cambiare aria non potrebbe che farle bene, e a questo pensiero il mio cuore si strinse un pò.
C'eravamo frequentati pochissimo, ma ce la vedevo troppo bene in quella parte. Era scritta per lei. Era testarda, determinata e non dimenticava mai nulla di ciò che le importava.
E il pallidone con la Volvo specchiata era in cima alla lista delle sue cose importanti.
Ero pronto a scommettere che ci pensava sempre. O meglio, che faceva di tutto per non pensarci e, di conseguenza, era diventato un chiodo fisso, una costante nei suoi pensieri.
Charlie aveva detto a mio padre che la sentiva urlare nel sonno tutte le notti. Doveva essere ridotta a uno straccio, senza alcuna voglia di avere gente intorno ad assillarla. Voleva, probabilmente, solo rimanere con il suo dolore, senza interferenze esterne. Arrivato a casa, salutai mio padre, che leggeva in salotto, difronte alla tv accesa senza audio, e andai in camera mia per indossare i vecchi jeans che mettevo per stare in garage.
Rimuginai su tutti i pensieri che avevo formulato e arrivai ad una conclusione che non digerii bene. Se voleva stare sola, probabilmente nemmeno io sarei stato ben accetto ora come ora.
Decisi: non l'avrei chiamata. Non quella sera almeno. Tra qualche tempo, forse. Ma non ora.
Poi i miei pensieri furono interrotti da un rumore che riconobbi subito, tanto familiare alle mie orecchie, ma totalmente sbagliato nel luogo e nel momento.
Era il rombo assordante del mio vecchio pick-up... del pick-up di Bella. Non c'era verso che fosse lei, poteva essere un altro furgone scassato come il suo, ma il suono era troppo simile. Andai a controllare per pura curiosità.
E... buuum! un fulmine mi attraversò il cervello e arrivò ai talloni.
Bella, pick-up, cassone pieno di ferraglia stavano parcheggiando davanti a casa mia.
Restai lì alla finestra come un ebete per qualche secondo, prima di catapultarmi fuori.
Mentre le andavo incontro, notai l'enorme differenza che quei cinque mesi avevano esercitato su di lei. Era pallidissima, con pesanti occhiaie scure che mettevano in evidenza la fiacchezza de suo corpo. I capelli erano spenti e sbiaditi, in disordine le ricadevano ribelli sulle spalle afflosciate e curve. Era anche dimagrita, i pantaloni le ciondolavano intorno alle coscia e le maniche della maglia le oltrepassavano le mani.
Era in uno stato pietoso, poverina. Ma era lì e aspettava che le andassi incontro, Questo bastava per tutto.
"Bella!" la salutai con un gran sorriso, mentre i capelli sciolti iniziavano ad appiccicarmisi sulla faccia per via della pioggia insistente. E riecco l'odore di cane bagnato.
Mi studiò per un momento, infondo anch'io ero cambiato parecchio - ma io ero cresciuto, lei sembrava accartocciata invece.
"Ciao, Jacob!" disse con una vocina piccolissima. Ma poi, come avesse scoperto qualcosa, assunse un'aria sorpresa. Allora accennò un sorriso e capii che era sincero, molto difficile, ma sincero. Sembravo proprio contenta di vedermi.
In quel momento provai un odio profondo, doloroso e inutile per il figlio del dottore mr universo pallido.
Lei mi stava osservando, e risi quando, per farlo, dovette allungare il collo; era proprio nana in confronto a me. E infatti...
"Sei cresciuto ancora!" disse meravigliata. Non era una domanda.
"Più di un metro e 90" risposi orgoglioso e risi di nuovo, tornando a guardarla. Nonostante il dolore che sicuramente doveva tormentarla anche in quel momento, era comunque bellissima.
"Ti fermerai mai? Sei enorme" aggiunse scuotendo la testa.
Si ero alto, ma con nemmeno mezzo etto di muscoli. "Ma magro come un chiodo" ammisi deluso. "Entra! Ti stai inzuppando" sembrava un gatto affogato.
Mentre entravamo in casa, attirai l'attenzione di Billy.
"Ehi, papà. Guarda chi è venuto a trovarci"
Mio padre era in salotto a leggere il solito libro che ormai sfogliava da due settimane, ininterrottamente. Gli avevo chiesto di che parlasse, ma aveva risposto vago che parlava di La Push e dei suoi animali. Sembrava - più che n libro - un vecchio diario, tipo un resoconto delle specie che giravano nei nostri boschi, scritto a mano e molto vecchio, almeno era l'impressione che mi dava la copertina logora in pelle marrone.
Avrei scoperto di che si trattava in realtà, ma non in quel momento. No, ora con me c'era il fiore più bello, delicato e profumato del pianeta, anche se un pò appassito.
Billy ci venne incontro e ci salutò allegro.
"Ma tu guarda! Che piacere rivederti Bella!" e le strinse la mano. Strano, di solito era meno formale con gli amici di famiglia. "Qual buon vento" continuò. "Charlie sta bene?" sempre più strano.Perchè chiedere di Charlie se si sentivano al telefono tutti i giorni? Erano due pettegole rinsecchite, e io stavo iniziando a credere di essere paranoico.
"Si tutto a posto" rispose esile. "Volevo soltanto passare a salutare Jacob, non ci vediamo da una vita"
Io sorrisi trionfante, certo del fatto che le sue parole erano sincere. Anche se... ma no, erano sicere.
Mio padre capì che lo stavo studiando, e cambio espressione. "Resti a cena?" propose.
"No" rispose lei, un pò di fretta nella voce. "Sai com'è, devo cicunare per Charlie" aggiunse, per non sembrare scortese.
"Lo chiamo subito" disse Billy prontamente. Adoravo mio padre durante i suoi impeti impulsivi - anche se calcolati, c'avrei scommesso "i gioielli". "E' sempre il benvenuto" aggiunse.
Per un qualche motivo sembrava che Bella non ne volesse sapere di avere Charlie tra i piedi. E avevo ragione ancora... rispose con una risatina nervosa e tirata.
"Non passerà un'eternità prima che mi rifaccia viva. Prometto che tornerò..." era incerta se continuare, sembrava che stesse architettando qualcosa sul momento. "...talmente spesso che vi stancherete di me" concluse. e a quelle parole io pensai con foga MAI.
Billy rise. "Va bene" disse. "Facciamo la prossima volta". Così si congedò e tornò a leggere il suo misterioso libretto su La Push.
Per quanto riguardava me e la mia sfera emotivo-ormonale, ero in subbuglio. Mi girai a guardarla negli occhi, e per un istante mi persi in essi, pieno e grato di una nuova occasione con Bella Swan, il mio bel cigno un pò spiumato.
"Allora, Bella, che vuoi fare?"
"Decidi tu. Cosa stavi facendo prima che ti interrompessi?" mi chiese. Era a suo agio, l'avevo capito.
Il covo... pensai. "Stavo per andare a lavorare un pò alla mia macchina, ma possiamo fare qualcos'altro..." di certo non le interessavano i motori.
"No, è un'ottima idea! Mi piacerebbe vederla"
"Va bene" dissi, per nulla convinto. Avrei preferito girovagare sulla spiaggia, piuttosto che stare al chiuso. Ma a lei andava bene. "E' nel garage sul retro"
Sembrava proprio decisa a tener lontano Billy. Si voltò verso mio padre per salutarlo. "Ci vediamo dopo" disse e mi seguì.
Feci strada tra il casino di piante dietro casa, fino al vecchio garage prefabbricato.
"Che modello di volkswagen è?" chiese, quando vide il simolino sul radiatore della macchina.
"Una vecchia golf: del 1986, un classico" spiegai.
"Come procede?"
"Quasi finita!" dissi orgoglioso di me stesso. E c'era un motivo per cui ero potuto andare così avanti con i lavori... avevo ottenuto gli ultimi pezzi indispensabili... con un prezzo abbastanza alto. "Papà ha mantenuto la promessa, la scorsa primavera" dissi serio.
La vidi sbiancare, ancor di più rispetto al suo colorito già pallidissimo e un fremito la attraversò da testa a piedi. Era conciata proprio male, poverina.
"Ah" fu tutto quel che riusci a ribattere. Forse era meglio cambiare subito discorso, non mi sarebbe piaciuto doverla consolare se avessi attaccato a frignare a dirotto per colpa del pallidone.
Inventati qualcosa razza di cretino... parla, parla, qualcosa, qualsiasi cos...
"Jacob, sai qualcosa di motociclette?" chiese, interrompendo i miei pensieri agitati. Però la sua domanda mi lasciò perplesso. Bella... in moto? ahahahahahahahah... pensai.
Tirai su le spalle. "Qualcosina. Il mio amico Embry ha una moto da cross. Ogni tanto ci lavoriamo. Perchè?"
"Bè..." sembrava leggermente imbarazzata. "Ho appena recuperato un paio di moto, che non sono esattamente in forma. Pensi di riuscire a rimetterle in sesto?"
Ecco perchè non voleva Billy tra i piedi. Non pensavo fosse così spericolata. Bello.
"Fico" dissi contento. "Ci provo".
Ero già su di giri, quando Bella alzò un dito in segno di ammonimento. Ecco le regole...
"Il fatto è" cominciò. "Che Charlie non vuole sentir parlare di moto. Sinceramente, se sapesse di questa faccenda gli verrebbe una sincope. Perciò... vietato parlarne con Billy" disse seria.
"Certo, certo" al mio vecchio ne avevo raccontate di peggiori, le moto non lo avrebbero sconvolto più del resto. "Capisco" dissi comunque.
"Ti pago" continuò con le sue regole.
Non ne volevo sapere. "No. Voglio aiutarti, non puoi pagarmi"
Ci pensò su. "Bè... che ne dici di uno scambio? A me serve una moto sola - e ho anche bisogno di lezioni di guida. Quindi, che ne dici se una moto rimane a te, e tu mi insegni?"
E poi ci si chiedeva come uno non potesse amarla?
"Bel-lo!" dissi entusiasta.
"Un attimo..." sembrava improvvisamente preoccupata. "Hai l'età? Quando compi gli anni?"
Scherzosamente la guardai in tralice. "L'hai dimenticato" l'accusai. "Ho già sedici anni"
"Non che l'età ti abbia mai fermato" bofonchiò perplessa dalla mia crescita. "Scusa per il tuo compleanno."
"Non preoccuparti. Anch'io ho dimenticato il tuo. Quanti ne hai, 40?" scherzai.
"Quasi" disse con troppa convinzione.
Rividi quel velo di tristezza opprimente che probabilmente le aleggiava dietro in ogni posto e ogni momento. quindi improvvisai....
"Dobbiamo festeggiarli tutti e due assieme, per rimediare"
"Mi stai invitando a uscire?" allora me lo faceva apposta, però. Sentii i miei occhi spalancarsi e brillare come fari nella notte... era imbarazzante. Controllati Jake-stupido! pensai.
"Quando le moto saranno finite, magari. Saranno il nostro regalo" stava tergiversando, si era accorta della mia espressione da ebete, evidentemente.
Dovevo darmi una calmata, non saremmo usciti usciti, solo... usciti... così. "Affare fatto. Quando le porti?" chiesi.
Ora era lei quella rossa in viso. "A dire la verità, sono già sul pick-up" confessò.
Bravo, Jake... ti ha incastrato per bene la fanciulla. "Grande!"
"Se le scarichiamo, Billy ci vedrà?" chiese apprensiva.
Come se me importasse qualcosa. Comunque le feci l'occhiolino con fare complice. "Basta stare attenti" replicai deciso.
Ripassammo di nuovo tra i cespugli intorno casa e scaricai le moto tra la vegetazione in meno di cinque minuti. Ma non dovrebbero essere più pesanti?
"Non sono niente male" una delle due ferraglie - perchè in quel momento era giusto pezzi di ferro arrugginiti - attirò la mia attenzione. "Questa, una volta sistemata, potrebbe anche valere qualcosa: è una vecchia Harley Sprint" l'avevo riconosciuta subito, nonostante la ruggine.
"Allora è tua" promise.
"Sei sicura?" Embry sarebbe morto d'invidia.
"Assolutamente" decreto.
Le guardai ancora per un attimo, non erano messe bene per niente. "Però ci vorranno un pò di soldi" un bel pò di soldi. "Prima di tutto dobbiamo procurarci dei ricambi"
"Dobbiamo un bel niente. Se vuoi lavorare gratis, i pezzi li pagherò io." era testarda come sempre.
"Non so..." Bella non aveva tanti più soldi di me, a parte quelli per l'università.
"Ho qualche soldo da parte. Per il college, hai presente" disse con noncuranza voluta e forzata.
Non me la dava a bere, ero più piccolo, ma non di certo scemo, e mi bastava guardarla per capire.
Bells non stava bene, quel che si teneva dentro non le faceva bene, Forks non le faceva bene... e per questo vi abrebbe affondato le unghie ancora di più per tenercisi attaccata il più possibile.
Annuii senza dire una parola, sempre con fare complice. Non era affar mio se voleva soffrire per altro, inutile tempo.
02:59
Scritto da : immaeli
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13/08/2009
Capitolo 5 - Imbroglione
Parte prima, Edward.
Alle prime luci dell'alba, le ruote della mia Aston Martin giravano veloci per le strade dell'addormentata Forks.
Quando arrivai davanti al portone della grande casa bianca, da dentro mi giunsero un'interminabile sfolza di pensieri, alcuni felici, alcuni preoccupati, alcuni arrabbiati, e altri che racchiudevano tutti questi sentimanti insieme.
La porta si aprì ancor prima che le fossi di fronte, e Carlisle mi accolse a braccia aperte. Lì per lì non seppi che fare, i suoi pensieri erano... anebbiati, forse non sapeva nemmeno lui che fare, e quindi pensava a tante cose contemporaneamente, fatto stà che me lo ritrovai davanti a braccia aperte, pronto ad accogliermi per l'ennesima volta.
Ero ancora lì impalato, quando vidi spuntare Rosalie, Jasper ed Emmett... inferociti. O per meglio dire, Rose era inferocita, Jasper ed Emmett tentavano - con qualche sforzo devo ammetterelo - di trattenerla dallo staccarmi la testa con un sol morso.
"Come hai potuto?" urlava e ringhiava. "Come, come hai potuto? Perchè lo hai fatto? Dopo tutti gli sforzi, le promesse fatte, i valori intoccabili su cui è fondata la nostra intera esistenza, come? come hai potuto uccidere quella povera ragazza, così a sangue freddo?" Rosalie era sconvolta, e ancor più sconvolgente erano i suoi pensieri... Rividi tutti i suoi ricordi, i più brutti, la notte buia e fredda, il suo fidanzato ubriaco, altri uomini intorno a lei, frasi poco garbate, mani che si muovevano troppo veloci e troppo forti perchè lei si difendesse, e poi il ricordo del sangue che le usciva dalle varie ferite che aveva riportato, i vestiti strappati e il suo corpo riverso per terra sul ghiaccio... come hai potuti farle ciò che hanno fatto a me?!
Rose non aveva capito...
"No Rose, no!" tentai di spiegarle. "Non hai capito, non le ho fatto ciò che è stato fatto a te, non avrei mai potuto! E, sinceramente, non so nemmeno come sia riuscito a compiere un atto tanto deplorevole... provo disgusto per me stesso, e non avrò modo o possibilità di portare redenzione ai miei sbagli, me ne rendo conto, ma Rosalie, è stato più forte di me, il suo profumo, il colore dei suoi occhi, la sua pelle... tutto ea troppo simile, e io non ho resistito, la mia natura si è difesa da quella minaccia che mi avrebbe sopraffatto in un baleno, da quel pericolo a cui sarei andato incontro molto volentieri, il mio lato umano ha agito così, e il mostro in me non è stato d'accordo, non ho saputo fermarlo, era troppo, troppo forte perchè il mio debole lato umano riuscisse ad ostacolarlo, e quindi ha voluto distruggere il pericolo, la tentazione, la minaccia che risiedva nel fisico di quella povera innocente e nel ricordo della mia Bella."
Dette quelle parole, caddi a terra - come se fossi appena uscito da un corpo a corpo con qualcuno molto più forte di me - e, stremato, mi lasciai cadere a terra per recuperare le energie.
Nessuno aveva pensieri in quel momento, nemmeno Rosalie, che tanto mi stava detestando. Ma improvvisamente, come se si fosse sboccati tutti insieme, mi arrivaro i mille pensieri dei miei familiari, ma nessuno era arrabbiato o deluso, tutti, in un modo o nell'altro mistavano dando il proprio conforto e sostegno. Ma quando finalmente mi rialzai e incrociai per la prima volta l'oro degli occhi di mio padre, non seppi resitere, e mi lanciai tra le sue braccia, cercando una logica spiegazione del perchè non mi stesso odiando o respingendo. Carlisle mi strinse forte, e mi sussurrò piano che dovevo stare tranquillo, che tutto si sarebbe risolto, che non dovevo preoccuparmi, perchè sarebbe potuto succedere a chiunque.
Le sue parole di conforto mi fecero ancora più male, avrei preferito un bello schiaffo e me lo sarei meritato tutto, ma la sua bontà non aveva limiti e questo mi fece provare ancora più repulsione verso me stesso. Non avevo via di scampo.
Esme non era in giro, brutto segno. Era logico che il mio gesto l'avrebbe sconvolta, ma quanto meno lei aveva avuto una reazione norrmale e giusta, soprattutto.
Chi mi lasciava perplesso era Carlisle, l'incarnazione della moralità, i cui pensieri erano pieni di comprensione e tutti propensi ad aiutarmi in tutti i modi possobili.
eravemo ancora tutti sulla porta ed io ero ancora impietrito, quando finalmente riuscii a sentire i pensieri di Alice per la prima volta.
Edward, non ti giustifico per quel che hai fatto, ma nemmeno ti biasimo, è dura per te fratellone, me ne rendo conto, però c'è una cosa che devi sapere. Quandi eri via, ho tenuto d'occhio Bella un pò più attentamente del solito, perchè finalmente sembra che si sia ripresa, o almeno credo. La sera in cui tu hia incontrato Susy e... si insomma lo sai... ecco quella stessa sera Bela è uscita con Jessica, sono andate a Port Angeles al cinema. E fin qui tutto bene, poi però mentre andavano a mangiare, incontrano per strada dei tipi strani, e ho visto chiaramente l'indecisione di Bella, i pensieri che si spostavano veloci prima dalla parte del buon senso e poi da quella della stupidità, insomma, sono preoccupata per lei, è troppo fragile e indifesa. Fortunatamente il suo buon senso le ha detto di non avvicinarsi oltre a quei tipi, o forse è stato tutto involontario, fatto sta che stava andando loro incontro e di colpo si è bloccata in mezzo allastrada, indecisa.
Poi Jessica ha attirato la sua attenzione e l'ha portata via. Ma Bella aveva un'altra espressione in volto, credo proprio che si sia riaccesa la sua luce, certo è flebile e delicatissima, non bisogna nenneno sfiorarla, non so mi spiego... però ho la certezza, ORA, che ce la farà.
Alice sembrava convinta, e io non le avrei dimostrato nè che si sbagliava, nè che aveva ragione, non avrei fatto proprio un bel niente, avevo fatto anche troppo, alla mia famiglia, a me stesso e ai miei ideali, avevo ferito tutto e tutti, e non c'era nulla che potessi fare per cancellare quegli ultimi quattro mesi. Nulla, tranne la morte...
Mi ritirai nella mia stanza, volevo stare da solo, non sarei riuscito a sostenere quella situazione un secondo di più, con tutti - o quasi - che preoccupati per me e volevano aiutarmi. Io volevo solo marcire nel disgusto di me stesso.
Detti un giro di chiave alla porta e subito chiusi tutte le tende, anche quella della grande vetrata che dava sul fiume. Volevo il buio, la luce del giorno rendeva tutto troppo chiaro e brillante. Accesi lo stereo e scelsi accuratamente l'unica canzone che mi andava di ascoltare di tutta la mia playlist: Hallelujah - Jeff Buckley. Una canzone piena di tristezza e sofferenza, una canzone di lontananza, una preghiera delineata da un amore tremendo, ma una canzone bellissima, intrisa di un sentimento talmente forte che fa star male. Schiacciai play e mi sdraiai sul pesante tappeto.
E lasciai libera la mente...
Per carità, pensai, nei sei mesi passati con lei avevo avuto tutto ciò che mai avrei neanche immaginato, ma, a quanto pare, a tanta felicità bisogna comparare tanta tristezza, e io ave vo oltrepassato la giusta dose di parecchio. Non ero felice lì, non c'era più nulla che mi suonasse familiare o che mi facesse sperare che sarei potuto risorgere.
Là dentro, chiuso nella mia stanza, con la sola solita canzone che si ripeteva e si ripeteva, mi sentii ad un tratto soffocare. non era più il luogo ideale che avevo ritenuto che fosse.
Ormai la sera doveva essere scesa, quindi tirai una tenda per far entrare il chiarore della luna.
Ma non c'era nessuna luna a rischiarare il mio buio. doveva essere una notte di luna nuova, un nuovo ciclo, proprio come la notte in cui decisi di gettare via la cosa più importante che avevo. Bella. Mi mancava terribilmente, e pensare a tutto ciò che la sua lontananza aveva comportato, mi mise ulteriore tristezza: infelicità, mia e sua, rabbia, rimpianto, solitudine, dolore e in fine, ma non meno importante, il mio gesto mi aveva portato a due cose orribili: la perdità del controllo sul mostro ripugnante quale in realtà ero, e l'impossibilità di darle la mia protezione, per ipocrita che potesse essere come protezione, ma protezione comunque.
Ripensai a ciò che Alice mi aveva raccontato a proposito di Bella, Jessica, Port Angeles, di quei tizi sconosciuti, il film, la sua apparente ripresa. Se fossi stato con lei tutto questo non sarebbe successo.
Guardai le stelle, non erano più belle come prima, come quando le guardavo con lei dalle finestra di camera sua, quelle non erano più le mie stelle, perchè lei non era più mia.
Ed io era alla disperata ricerca di un modo veloce ed efficace per smettere di soffrire. Avrei dovuto segiure un piano - se solo ne avessi avuto uno - e trovare la strada giusta verso una vita - per vuota che sarebbe stata - nuova. Nei tempi antichi l'uomo seguiva le stella quando si perdeva, io non potevo seguirle, perchè io quelle stelle non le riconoscevo ormai.
Avrei continuato a vagare alla cieca!? Piuttosto quello, invece di tutto questo dolore, ma non potevo vagare lì, a forks, non potevo vedere le strade che avevamo percorso, i luoghi che avevamo visitato, gli oggetti che aveva toccato, le persone con cui aveva perlato, non potevo vedere Forks, non senza vedere il suo volto ovunque.
No, non le vedevo più quelle stelle, ma loro mi osservavano, placide e immobili.
E, sentivo forte il loro giudizio. Sapevano che io e loro eravamo degli estranei, come due buoni amici che litigano irreparabilmente.
Rimasi lì qualche secondo ancora, dopo di che ripresi la valigia che non avevo ancora disfatto dal giorno prima. I vampiri non sudano, quindi i vestiti erano ancora freschi e puliti, presi solo qualche altro indumento atto ai posti in cui mi sarei fermato e cercai due fogli e una penna.
Accesi il computer e digitai "da Forks a Chicago itinerairio stradale". I risultati offerti dalla rete non mi entusiasmavano per nulla, tutti troppo lunghi e noiosi, quindi ne tracciai uno personalmente.
Avrei toccato: Port Angeles, Seattle, Springfield, San Francisco, lungo la costa fino alla lucente e caotica L.A. Poi tappa obbligatoria a Phoenix, per risalire il più presto possibile verso il centro degli USA, a Denver; poi su fino a Chicago, la mia città natale - la città di entrambe le mie nascite, pensai amaramente.
A Chicago mi sarei fermato per qualche tempo, affittando un appartamento o un loft, i 15000 dollari che avevo messo in valigia sarebbero bastati, credo.
Da Chicago, un oltreconfine verso nord, in Canada, a Toronto e le meraviglie del lago Ontario, poi giù a Jacksonville... la penna trapassò il foglio, ma non ci badai, era troppo importante, dovevo parlare con Reneè di tutta questa storia. Conoscendo Bella non le avrebbe mai fornito i dettagli di tutta la storia.
E infine - se fossi tornato almeno in parte l'Edward di cinque mesi fa - sarei tornato a Forks.
Piegai la lista del mio fantasioso itinerario e la infilai subito in una tasca della borsa. Dopo di che mi concentrai sull'altro foglio, quello più difficile, quello più amaro e quello più importante. Dovevo cercare di spiegare il perchè alla mia famiglia. Perche volessi partire di nuovo e subiti, perchè non mi bastava più tutto il loro amore e il loro sostegno, perchè non fossi più uscito di casa durante il giorno.
Avevamo smesso tutti di andare a scuola e Carlisle non lavorava da oltre cinque mesi, ma ogni membro della mia famiglia aveva trovato una propria routine sostenibile, che permetteva loro di continuare a svolgere tutte quelle attività che che svolgevano prima di questa storia assurda.
Mia madre andava e veniva ad una velocità sorprendente dalla casetta oltre il fiume, portandosi dietro ogni sorta di oggetti: lapis, metri da architetto, fogli pieni di conti e misure e stoffe, una moltitudine di campionari di stoffe per interni.
Alice, stava col naso incollato al computer o al suo blocco di disegno, e ogni tanto tornava a casa con metri e metri di pregiate stoffe italiane e orientali e cuciva abiti su abiti, tanto che nel giro di un paio di mesi aveva rinnovato il guardaroba suo e di Rosalie.
Quanto a quest'ultima, passava il suo tempo in sole tre attività: smontare macchine, passare ore con Emmett in luoghi ignoti - non troppo ignoti ai miei pensieri purtroppo - e rimirarsi nei vari specchi di casa, trovando sempre qualche pecca alla sua figura perfetta.
Emmett e Jasper si allenavano in combattimenti diciamo amichevoli, e ogni volta che Jazz aveva la meglio, Emmett faceva un pandemonio e distruggeva qualcosa.
Quanto a me, passavo le mie ore in camera mia, dove avevo portato il piano, suonando senza sosta le uniche due cose che mi permettevano di andare avanti: la canzone preferita da mia madre, e la ninna nanna di Bella.
Anche se ogni nota di quel motivo era una pugnalata, sapevo che era la sola cosa che mi teneva attaccato al suo ricordo e all'amore che ancora provavo vivido per lei. Sapevo soltanto che era una cosa straziante, ma di certo un nulla in confronto a ciò che lei di certo aveva provato. Molto probabilmente, dopo Port Angeles si era ripresa, forse quella botta di adrenalina l'aveva riscossa da tanto trambusto e ora stava vivendo come una normale diciottenne, con i suoi amici e chissà, con qualcuno che le era un pò più che amico, e stava riprendendo in mano la sua vita, com'era giusto che fosse, mentre io dovevo ancora pagare tanto, e forse la mia eternità non sarebbe bastata a redimermi. Ma sapevo che quello era ciò che dovevo fare, cercare un modo per vivere da mostro quall'ero, senza dovermi sentire un rifiuto ogni giorno. Se fossi riuscito a tornare a vivere con la concezione di me stesso quale semplice mostro snaturato, e non con la concezione di riufito quale mi sentivo in questo momento, forse sarei riuscito a riprendere un poco in mano la mia vita.
Scrissi tutto quello che avevo appena pensato, così, di botto, non occorreva impostare una vera lettera, alla mia famiglia non importavano le formalità e la precisione in certe cose, a loro interessava sapere la verità.
Piegai la lettere e la imbustai, presi la borsa, uscii di camera e mi diressi verso lo studio di Caslisle.
Al momento non era in casa perchè Esme l'aveva costretto a portare alla casetta oltre il fiume un baule enorme. Sorrisi malinconico e anche un pò disgustato... me la stavo svignando come un ladro sfuggito alla polizia. Ma avrei lasciato la mia confessione, fresca fresca, in cui spiegavo il perchè me ne stessi andando un'altra volta.
Lasciai la lettera sulla scrivania con accanto un biglietto che diceva "Scusa, ma così è più facile. Edward"
Ad Esme non sarebbe piaciuto, ma era mia madre, e preferiva avermi lontano piuttosto che vedermi infelice.
Scesi le scale e stranamente non incontrai nessuno, o forse ero talmente intontito che li ignorai semplicemente.
Ma quando uscii non potei ignorare lei... se ne stava seduta, come ogni volta che voleva dirmi qualcosa di serio, sui gradini del portico, con le esili braccia intorno alle ginocchia e la testa appoggiatavi sopra.
Sembrava che avesse appena pianto, anche se era impossibile.
"Alice..." inizia, senza sapere come proseguire. "Mi dispiace... addio" dissi semplicemente. Lei non rispose e dalla sua mente non mi giungeva alcun suono. Mi sforzai leggermente e lessi i suoi pensieri... e me ne pentii all'istante...
Soffre... soffre Edward, come mai ha sofferto prima, e ogni notte si sveglia tra urla strazianti, Charlie non va più nemmeno a confortarla, ha finalmente capito che è inutile. Vedo che sta spesso fuori casa, ma non so con chi, forse è qualcuno che non conosco, e ogni volta che resta sola sembra un poco più forte, ma poi le ombre tornano su di lei, e il dolore la ingoia subdolo. Si è come persa dei pezzi, come se il suo cuore si fisse diviso a metà e solo la metà che è riuscita a ritrovare un pò di luce le permette di sopravvivere, in senso letterale. I compagni la evitano, solo due o tre di loro le rivolgono parola e gli insegnanti sembrano pasare su di lei come su di un banco semplicemente vuoto.
Charlie non sa che fare, vorrebbe che tornasse a Jacksonville da Reneè, ma lo sai quant'è ostinata, non vuole lasciare Forks... ha alzato anche la voce con Charlie per questa faccenda...
Allora la interruppi. "Ma perchè, perchè non torna a Jacksonville con sua madre, al caldo, in posto in cui le piace vivere? invece di rimanere qui, in questa cittadina troppo ristretta, in mezzo a mille ricordi dolorosi, perchè non parte e dimentica t utto quello che c'è stato tra me e..."
Alice si girò di scatto verso di me e mi urlò contro. "Sei scemo o proprio non ci arrivi, eh? questa cittadina che odia, la pioggia, il freddo, il cielo sempre grigio... in mezzo a mille ricordi che evocano strascichi della vostra storia... secondo te perchè non se ne va, eh? Edward, perchè?"
Mi fermai per mezzo secondo a riflettere...
Me... tutto le ricordava me, ogni cosa, persino il tempo - ideale per noi vampiri - tutto le riportava brandelli della mia reale esistenza... lei mi amava. Quanto ero stato scemo... ma la conoscevo o no, ostinata qual'era, invece di scappare dal dolore, ci si sarebbe aggrappata come ad una boa di salvataggio... che stupido. ma Alice interruppe ancora i miei pensieri...
"Tutto le ricorda te, scemo che non sei altro, in questo grigio e in questi boschi lei rivede te, e sa che non è stato tutto un sogno. Forks è la prova che tu esisti, è il nostro luogo perfetto in cui vivere, Jacksonville è luminosa e assolata, tu là non ci potresti vivere..."
E detto questo si alzò, mi abbracciò dicendomi addio e scomparì nell'ingrasso della grande casa bianca.
Andai in garage, ignorai Rosalie, salii sulla mia Aston Martin e sfrecciai attraverso la pioggia.
Non sarei mai tornato a Forks. Ma avrei amato per sempre Bella.
19:26
Scritto da : immaeli
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03/08/2009
Le Nostre Foto
Allora ragazze!!! Mi è venuta un'idea... vi propongo una specie di gioco.
Mi piacerebbe creare un album con tutte le nostre foto, una o due foto - o tutte qll che vi va di inviarmi - che ci ritraggano per bene, così da poterci conoscere "di vista" almeno!
Se volete partecipare, inviatemi una mail con scritto se volete unirvi all'album e se decidete di si tra gli allegati mettetemi le vostre foto! Poi ci penso io a caricarle sul blog...
Aspetto le vostre risposte, intanto io inserisco un paio di mie foto!
L'album si chiamerà :
Le ragazze di New Moon!
Allora vi aspetto!
Un bacio
Immaeli
20:19
Scritto da : immaeli
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